DUE ERRORI DI METODO

Luciano Pederzoli

EVANLAB

28 giugno 2016

 

 

Sul metodo scientifico sono stati fatti scorrere fiumi d’inchiostro, perché le sue articolazioni sono infinite, ma almeno tre punti fondamentali si possono senz’altro affermare:

 

Il primo punto è rappresentato dall’individuazione di un problema.

Il problema può essere pratico o teorico, ma sicuramente nasce quando in qualcosa di acquisito ed empiricamente confermato si nota qualcos’altro che non fa parte delle conoscenze di cui siamo in possesso. Di solito si tratta di un comportamento sperimentale inspiegato oppure di un possibile sviluppo di una teoria e occorrono attenzione e apertura mentale per accorgersene.

Bisogna tener presente, infatti, che si può notare solo ciò che in qualche modo rientra per noi tra ciò che è possibile: se consideriamo qualcosa come assolutamente impossibile, non lo noteremo mai, semplicemente perché non lo prenderemo neppure in considerazione, scartandolo a priori.

Purtroppo questo accade molto spesso, cosicché tanti utili spunti vengono trascurati o, peggio, molte prove acquisite empiricamente in modo ineccepibile vengono accantonate a priori anche da personaggi importanti nel settore scientifico, semplicemente perché non rientrano nei loro schemi mentali ormai fossilizzati.

Per fare un semplice esempio, l’uomo sa da sempre che un sasso tirato in orizzontale cade presto per terra e qualcuno è si chiesto perché…

 

Il secondo punto è rappresentato dalla descrizione del problema in forma di algoritmo, ovvero attraverso una sequenza di passi logici elementari.

Lo scopo è di rendere prevedibile, e quindi ripetibile e utilizzabile, quel qualcosa che avevamo notato e che non faceva parte delle conoscenze delle quali eravamo in possesso.

Non è per niente detto che l’algoritmo contenga una spiegazione. Può essere una semplice descrizione fedele del comportamento di qualcosa, senza implicare una conoscenza profonda dei meccanismi che ne stanno alla base. Per essere universalmente accettato l’algoritmo deve essere confermato da prove sperimentali che ne garantiscano la correttezza.

Proseguendo con l’esempio precedente, solo alla fine del ‘600 Newton ha fornito la formula matematica che consente di prevedere con precisione la forza che devia il sasso da una traiettoria rettilinea, facendolo cadere a terra. Da allora le prove sperimentali della correttezza della formula da lui scritta si sono accumulate e adesso possiamo spararci addosso da grande distanza prevedendo con esattezza e ripetibilità la traiettoria del proiettile, oppure possiamo inviare un satellite in orbita, ma NON SAPPIAMO ANCORA COSA SIA LA GRAVITÀ.

 

Il terzo punto, infatti, consiste nell’inquadrare i principi che regolano un fenomeno.

Ci approssimeremo alla verità, come dice Karl Popper, solo creando molte teorie e poi scartandole (falsificandole) una ad una con le prove empiriche e il ragionamento, per poi crearne altre più vicine alla realtà, le quali saranno a loro volta scartate allo stesso modo e sostituite da ulteriori altre migliori delle precedenti. Alla verità ci si può quindi approssimare sempre meglio, senza però mai raggiungerla in modo definitivo: si deve quindi non solo imparare a convivere con l’incertezza, ma anzi esserne soddisfatti, perché senza di essa ci si autolimiterebbe ad una verità parziale.

L’esempio precedente lo conferma: per ora la teoria che va per la maggiore per spiegare la gravità è la deformazione dello spazio-tempo prevista dalla Relatività Generale di Einstein, ma gli esperimenti diventano sempre più raffinati e suggeriscono che essa debba essere sostituita da qualche altra teoria più avanzata.

 

Quanti applicano con rigore questi principi, ai quali pure tutti affermano di rifarsi?

 

Il primo errore, forse il più comune, consiste, una volta creata una buona teoria (o meglio, una spiegazione abbastanza valida), di innamorarsene (per mancanza di modestia) e pensare che essa sia in grado di spiegare quasi tutto ciò che accade. Invece nella miglior delle ipotesi, sempre che essa permanga a lungo prima di essere “falsificata”, potrà fornire una spiegazione valida in un ambito ristretto di situazioni e rientrerà a far parte, come caso particolare, di una teoria più vasta.

 

Il secondo errore, anch’esso frequente, è di esporre un’ipotesi che si crede valida – ma pur sempre un’ipotesi – come se fosse una teoria confermata, senza portare prove sperimentali valide, oppure, peggio, distorcendo l’interpretazione della realtà. Una vera teoria deve soprattutto consentire di fare previsioni verificabili sperimentalmente riguardo a ciò che ancora non si sa e non limitarsi a soddisfare i requisiti di una realtà già nota.

 

Spacciare un’ipotesi per teoria affermata soddisfa molto l’EGO degli aspiranti “guru”, perché porta spesso alla creazione di vere e proprie “sette” di seguaci i quali, non essendo in grado di giudicare autonomamente in modo critico ciò che viene detto, formano tifoserie schierate a favore dell’uno o dell’altro “guru”. Il principio è antico: “divide et impera”.

 

Molto meglio sarebbe che costoro si limitassero ad esporre dati sperimentali ben acquisiti, lasciando libera la loro interpretazione, senza rischiare di inficiare un ottimo lavoro sperimentale con un’ipotesi sballata spacciata per teoria confermata.

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